PREFAZIONE(all’antica biografia
dell’Uomo che Guarda):
Questo SET, gratuito (per
scelta) nei modi, ma (si spera) non nei contenuti, ha FINORA
totalizzato un anno di vita e decine di migliaia di contatti. Il
che significa qualche luccicante centinaio di aficionados,
diverse migliaia di avventori curiosi e un numero
incalcolabilmente lusinghiero di occasionali. A tutti, compresi
coloro che hanno usato l’aspra arma dell’insulto motivato per
dibattere e non per offendere, va il ringraziamento del Regista.
Questo SET ripudia i
partiti presi, ma si compiace delle opinioni forti. La
differenza sta in quanto (e in come) il concetto sia
adeguatamente supportato dal Pensiero. Considera,
inoltre, la differenza di opinioni un benvenuto concime quando
oggetto del contendere sia l’immenso contorno ai propri
cardini/valori, ma anche un giusto spartiacque tra chi li
condivide e chi no ogni volta che la divergenza ne vada ad
intaccare l’essenza.
Questo SET non è neutro,
né neutrale. Nasce dalla (e sulla) figura del suo Regista. Non
sembri vanagloria, è l’idea che qui si ha della critica: un’idea
sfrondata dall’ipocrisia e dalle ciance di chi ri-ricicla
secolari luoghi comuni sulla sua (im)possibile e innaturale
oggettività. La critica – com’è del tutto ovvio – non esiste.
Esistono i critici. Con la loro esperienza, il loro vissuto e le
rispettive sensibilità. Un bagaglio da sottoporre doverosamente
ai lettori (per questo vi invito a continuare a srotolare) ed
un’eventuale competenza tutta da dimostrare loro. Perché i
critici si guadagnano merito ed autorevolezza solo se riescono a
trasmettere la giusta miscela di emozione ed informazione, ma è
cosa buona e gusta che entrambe siano targate col
riconoscibile e benedetto marchio delle
cognizioni e delle viscere del proprio autore. Dunque si
astengano coloro che pretendono di accontentarsi della trama,
gli scarni cultori di soggetto/verbo/predicato (soggetti in
predicato di non capire il verbo del Regista) e i cultori dei
bassi voli e degli effetti creativi poco speciali. Attenzione:
non si sta qui sostenendo che non esistano dei rudimenti di
oggettività. La tecnica (ad esempio: un giusto uso del
controcampo), la perizia nell’imbastire sceneggiature e –
soprattutto – la recitazione degli attori, sono elementi sulla
cui riuscita (o sulla cui inefficacia) i giudizi dovrebbero
coincidere con poco scarto. Ma – udite! udite! – se gli addendi
sono presi singolarmente. Il resto dello scibile
cinematografaro, e persino la somma di tutti gli appena citati
elementi, spalancano praterie di libero arbitrio discettante che
solo la creatività (ilare? sofferta? pedante?) del critico può
riempire in concorso con la cambiale di fiducia che i suoi
lettori gli hanno concesso. Insomma, il critico è un filtro.
Necessario ed inevitabile (coloro che sostengono la sua
indispensabile trasparenza sono degli utopistici somari – spesso
in malafede – da bastonare senza indugio). Un filtro che
dispensa le proprie scorie e depura secondo la propria
composizione, struttura e funzione (dell’idea che ha di essa,
ovvero di se stesso). Si può rifiutarlo d’acchito e scegliersene
uno più consono alle proprie necessità. Si può contribuire a
lucidarne gli spigoli. Si può e si deve cambiarlo, di tanto in
tanto (la risposta alle righe di Donatello, in perenne calce
alla pagina C’E’ POST@ PER TE, testimonia le benevola e
ferra (pre)disposizione del Regista al riguardo: si cammina
insieme finché ci si fida reciprocamente, poi ci si lascia.
Magari ci si ritrova. Comunque ci si rispetta. La vita non
conosce eternità affettivo/sessuali, neppure parentali. Sarebbe
grottesco pretenderne da un lavorante delle parole). In una
giornata dell’aprile 2005, intellettualmente radiosa, memorabile
e coraggiosa, il critico teatrale del Corriere della Sera,
FRANCO CORDELLI (non a caso uno degli inconsapevoli numi
tutelari di questo SET, come potrete leggere più sotto),
scrive a proposito degli allestimenti di Strehler: <…perché
allora non mi piacevano e oggi mi piacciono fino alle lacrime?>.
E chiude così quel fondamentale articolo, la cui portata
rivoluzionaria è tale da sfuggire forse persino al proprio
autore: <Credo che nel 1986 avrei rifiutato “Temporale” per le
sue qualità poetiche e, in apparenza, al di sopra della mischia:
cioè per la concentrazione e intimità che oggi mi appaiono
sempre più urgenti>. Righe che non avranno alcun significato per
chi pensa che il critico sia soltanto il mezzo e non – in
qualche maniera – anche parte del fine. Per chi ritiene di
potersene fregare del Cordelli mediatore, del suo giudizio sul
proprio ed altrui tempo e di tutti i cordelli/grilli parlanti
dei giornali. Righe che invece hanno un vigore saggiamente (e,
se vogliamo, anche dolorosamente) illuminante per coloro non
ignorano l’animo e il percorso del loro critico di riferimento.
E perché NON lo ignorano? Vuoi per averlo
affiancato, vuoi per affinità, vuoi per simpatia, vuoi per
GUADAGNATA fiducia, vuoi per – buon ultima –
curiosità accalappiata col giusto aggettivo, o infierendo
sull’idiozia, o avendo inferto/trasmesso l’esatta emozione.
Questo SET non vuole
essere frainteso quando parla di reciproche conoscenze. Non
intende mai la persona. Né la maschera, né il volto. Intende le
parole per dire. Ovvero la merce che qui ci si scambia. Ogni
traffico di vedute che volesse implicare la fisicità dei corpi è
dal Regista bandito e sconsigliato ovunque. In nome del medesimo
e indispensabile motivo (la libertà di giudizio) che lo sospinge
a bazzicare spesso e volentieri gli ambienti della celluloide,
ma limitandosi ad incontrare attori e registi badando bene di
non coltivarne la frequentazione. Gli può capitare di
intervistarli. Ma sempre stando a debita distanza e preservando
l’individualità critica di chi fa le domande (e non le porge. E
se le porge non si tratta di assist, ma di trappola). Altrimenti
si finisce impotenti alla critica e collusi al sistema, a pagare
parcelle sociali, come (mal)costume della giornalisteria
contemporanea. Insomma, questo SET è per la separazione
delle carriere: chi scrive cinema, scrive cinema. Chi scrive
di/sul cinema, scrive di sé. Tutti. Anche coloro che lo negano.
Continuate a chiederVi cosa
questo SET possa fare per Voi e Voi per Lui: finora è
stata la ricetta del suo successo. La stessa delle uniche
pellicole ancora possibili, bisnipoti di un’arte secolare che ha
esaurito le primizie e deve campare di rimestolamenti geniali,
dell’OMAGGIO che partorisce se stesso (ancora una
volta saranno solo i rassegnati a primeggiare, coloro che hanno
capito come si ricicla/procrea quando la vena aurifera è
seccata). E dunque non chiedete al Regista quale sia il suo
genere preferito. E’ quello che riesce bene, naturalmente.
Alessio Guzzano nasce (suo
malgrado) nel centro pieno del porto delle nebbie, coetaneo di
BLOW UP, di UCCELLACCI E UCCELLINI, IL BUONO
IL BRUTTO E IL CATTIVO, L’ARMATA BRANCALEONE, FAHRENHEIT 451,
SIGNORE & SIGNORI, della BIBBIA di John
Huston e del FALSTAFF di Orson Welles, de I
PROFESSIONISTI, di NON PER SOLDI…MA PER DENARO,
UNA QUESTIONE D’ONORE (e valga come atto d’amore
per Tognazzi averlo in configurazione cine/astrale con una delle
sue peggio cose), di UN UOMO, UNA DONNA, LA CACCIA, CUL DE
SAC, LA PRESA DEL POTERE DA PARTE DI LUIGI XIV, OPERAZIONE
DIABOLICA e di quel film di Bergman in cui la pellicola
prende fuoco e si contorce, quello in cui due donne opposte si
perdono nell’inesprimibile (e questo sì che era un segno)…
…nasce nel più prolifico anno di
Godard, in uno dei rari anni di latenza di Steno, in anno di
viscontiana vacanza per il Visconti di quel decennio…,
…nasce nell’anno dell’ultimo
vagito di John Ford (nonché di Mario Mattòli) e del primo di De
Palma (a proposito, nascerebbe anche nell’anno de IL
SIPARIO STRAPPATO, ma chi avrà la bontà di soffermarsi
in zona per discutere e/o litigare imparerà ben presto quanto
poco gradito sia in questo SET lo sventolio di palloni
gonfiati)…
…ma nasce anche coetaneo di
DJANGO, KISS KISS…BANG BANG, OPERAZIONE SAN GENNARO, I LUNGHI
CAPELLI DELLA MORTE, RITA LA ZANZARA, LE SPIE CHE VENGONO DAL
SEMIFREDDO, e di Incompreso (una ferita, un attentato
all’infanzia), e di un film francese con Lino Ventura che se già
non fosse un capolavoro lo sarebbe comunque grazie al nome che
gli ha appioppato l’Italia: TUTTE LE ORE
FERISCONO…L’ULTIMA UCCIDE, titoli che ti segnano la
psiche…
…nasce nel bel mezzo del cammino
espressivo di Fellini e Kubrick, appena in tempo per scorgere
BELLA DI GIORNO e l’ultimo Chaplin, ma puntuale per
godersi fin dal principio Fassbinder, Loach, Scorsese…
…nasce troppo tardi per Lang o
Dreyer, ma frequentando il cinema si accorgerà di non aver mai
visto altro che Lang, di non aver mai visto altro che Dreyer…
…o forse un’eccezione c’è: Lang,
Dreyer e Charlot.
Alessio Guzzano ha studiato
qualche lingua, qualche letteratura, troppa psicologia. Ha
smodatamente giocato d’azzardo e viaggiato con moderazione. Ha
studiato sceneggiatura quanto basta per capire che scriverne non
era il suo forte ma riconoscere quelle buone sì (né ha mai fatto
uova, ma sa giudicarne il gusto assai meglio di una gallina). Ha
qualche nozione di montaggio, qualche rudimento di regia. Ha
letto senza metodo, ma con dedizione e passione. Continua a
rileggere solo ciò che l’ha ferito: Disney, Gadda, Roth,
Montale, il primo Baricco (ovvero l’unico), la Christie, Dickson
Carr, Kundera, Ceronetti, Beckett, Williams, Landolfi,
O’Neill…più qualche altro che tiene per sé, perché sa che il
gusto è anche debolezza e gli farebbe male vedersi dileggiato
causa tenere passioni. Ma sull’isola deserta porterebbe Cioran,
perché Cioran è il Libro e Cioran è l’isola deserta. Non gli
piacciono gli intellettuali, ma ne adora due: Franco Cordelli e
Massimo Fini, con i quali concorderebbe su tutto se il primo
fosse disposto ad ammettere che il ciclismo è sport paleolitico
ed il secondo riconoscesse l’assoluto menefreghismo da parte del
maschio (sano) nei confronti del non poter partorire. Gli
mancano Pasolini e Carmelo Bene: gli unici geni del nostro
dopoguerra. Ascolta con religiosa devozione i cantautori di
tutto il mondo ma ha un fortissimo debole per quelli che poetano
nella sua lingua: e dunque De André, e Guccini, e Fossati, e
Rino Gaetano (che avrebbe dovuto essere il nostro Paolo Conte),
e Vecchioni (parlandone da vivo), e Tenco (vivo, vivissimo). Ma
la strofa che lo incanta è di Battiato: IL MIO STILE E’
VECCHIO/COME LA CASA DI TIZIANO/A PIEVE DI CADORE e non ha
ancora capito perché. In vita sua ha scritto su svariate decine
di giornali e riviste differenti e okkupato molti canali radio
(ora si considera in esilio tra RADIOTRE e
RAINTERNATIONAL). Ha tentato un po’ ovunque di difendere
il cinema che gli piaceva e di spiegare il perché di ciò che lo
disgustava. Al momento fa il pioniere della free press a
CITY, ha rubriche di cinema su GRAZIA e
MUCCHIO SELVAGGIO, collabora con IO DONNA
del CORRIERE, produce per chi lo cerca e lo lascia
libero di scrivere, da bravo cacciatore di taglie verbali. E’
uno come tutti (peggiore della gran parte), ma libero come
pochi. Crede che le divisioni non vadano cercate tra nord e sud,
rossi e neri, colti e ignoranti, scapoli e ammogliati, ma tra
lucidi e ottenebrati (il 50% degli italiani lo è). Ad Alessio
Guzzano hanno sempre detto che scrivere di cinema era un ghetto
per giornalisti destinati a non sfondare, a essere tagliati
fuori dal mondo. Sciocchini. Tronfi sciocchini tesserati. Lui,
scrivendo di cinema, è convinto di aver scritto di tutto. Sta
cercando di continuare. In mezzo alla massa poco stimata dei
suoi colleghi cinematografari (che – grazie a qualche dio –
ricambiano), lo aiutano il ricordo di deceduti maestri della
critica del cui nome oggi tutti si riempiono la bocca (dunque
non sciupiamoli qui) e i lumi di Marco Lodoli, cinefilo
letterario pur soggetto a furibonde cantonate, e di Claudio
Carabba, Gran Maestro di fiuto. Se – in sottofinale – è tempo di
ringraziamenti, gli va di ringraziare coloro che gli hanno messo
in mano quattro soldi e tanti libri consigliandoli di comprare
altri libri e colei che per prima ha creduto in lui, sebbene
tutte le rughe del collo da Freddy Krueger del vecchio feticcio
Clint congiurassero per separarli. Alessio Guzzano è ateo e così
spera di Voi (e risparmiategli le sciocchezze sul fatto che chi
crede nel non credere, comunque crede. Chi non crede è
semplicemente libero). L’ultima tentazione è plagiare Goffredo
Fofi: PER BENE AMARE E BENE DETESTARE BISOGNA AVERE DELLE
IDEE PROPRIE FORTI SUL MONDO E NON SOLO SUL CINEMA.
Ecco, Alessio Guzzano questa frase vorrebbe averla detta lui.
Fatto.