Regia di Martin Campbell
Con Daniel Craig, Eva Green, Mads Mikkelsen, Judi Dench, Giancarlo Giannini, Caterina Murino, Claudio Santamaria, Jeffrey Wright
Spionaggio
Credendo nella funzione del critico come filtro (se lo conosci sai come servirtene, anche per contrasto) confesso che questo è il primo 007 che finisco sveglio. Sarà perché già da bimbo mi sfuggiva il talento fisico/artistico (stempiati entrambi) di sir Sean, o perché nel monotono delirio di gesta e gadget (stavolta assenti) da sempre mancano ironia e contaminazione. Qui, fin dall’inizio tarantinato al bagno pubblico, si balla la scanzonata musica dell’azione che si esaspera senza esasperare. Negli inseguimenti sulle gru in Africa o tra le calli veneziane, sia lode a Daniel Craig che – a dispetto di chi gli nega la patente bondiana – è un fragile/granitico da “The Pusher” (recuperatelo!). Sorge dalle acque come Ursula Andress, affronta la doccia in smoking e la tortura nudo sottraendo un po’ di ego dall’equazione, come gli chiede Judi M Dench. Scrive Paul Haggis (“Crash”). Dirige il regista di “GoldenEye”. Nel remake della sua prima avventura, 007 è fresco di licenza di uccidere, se ne frega di shakerare il Vesper Martini e si innamora di Eva Green. Causa di futura allergia all’amore e non Bond Girl, ché il ruolo – sesso fugace e atroce destino – tocca a Caterina Murino, nel cast con i cattivelli Giannini e Santamaria. I terroristi per i sovietici, il Montenegro per i casinò francesi, la scala reale sempre facile. Come le carambole in Aston Martin. Dice Camilleri che una spia esibizionista ha senso solo in favola. Se la favola è avvincente, sì.
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